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L'on. Giusi Servodio, in una nota che qui di seguito si pubblica integralmente, ha commentato la recente elezione del Presidente nazionale dell'Anci, sottolinea, da un lato, che di fronte alla situazione attuale occorre parlare con una sola voce rappresentativa della complessità dei bisogni dei singoli territori ( e i sindaci hanno rivendicato la propria responsabilità nella scelta in di un rappresentante che risponda agli interessi delle comunità locali e non sia espressione di un segretario di partito o , peggio, di un capo-corrente) e, dall'altro, che il PD con le sue due candidature ha ceduto alla pressione di una candidatura di parte rinunciando a comporre politicamente il conflitto.
"Le modalità e i risultati della recente elezione del Presidente Nazionale dell’Anci si prestano a letture diverse, anche complementari.
Eppure ne è prevalsa una soltanto: quella più semplicistica del localismo, della contrapposizione tra Nord e Sud del Paese. Questo risultato è uno schiaffo al Mezzogiorno? Troppo riduttiva per essere convincente e per derubricare la vicenda come un colpo di coda del leghismo dominante nelle culture politiche del nostro paese. Io non la penso così.
Con questa rappresentazione, forzata sin dal momento delle candidature, si è persa una occasione per superare definitivamente le antiche contrapposizioni: i sindaci hanno già da tempo superato la “visone duale” che il Governo e parti del mondo politico più arretrato continuano ad alimentare, consapevoli che “se si vuole tornare a crescere lo si fa insieme”.
Di fronte alle sfide del federalismo sarebbe stato necessario rispettare la piena autonomia dell’Anci evitando l’invasività dei partiti. I cittadini vogliono contare sempre di più nella vita pubblica, figuriamoci i sindaci!
In una fase come questa, di tagli drammatici nei trasferimenti pubblici che comprometteranno il mantenimento dei servizi essenziali ai cittadini, i sindaci hanno rivendicato la propria responsabilità nella scelta della rappresentanza di una Anci credibile, autorevole che risponda agli interessi delle comunità locali e non sia espressione di un segretario di partito o addirittura di un capo-corrente.
L’Anci ha oggi un peso enorme, proprio in ragione della dialettica aperta con il governo in seno alla Conferenza Stato-Città e alla conferenza unificata con le Regioni per la delicata attuazione della finanza locale.
Come dimostra anche l’ultima attribuzione dei fondi Par-Fas alle Regioni, le risorse aggiuntive per il Mezzogiorno sono diventate straordinarie, solo in ragione della loro assegnazione, non certo perché vi fossero fondi aggiuntivi.
A questo si deve aggiungere il taglio di ulteriori 1,5 milioni per i Comuni imposto dalla manovra finanziaria, il bisogno di revisione delle regole del patto di stabilità. Misure con le quali tutti i Comuni italiani devono oggi confrontarsi: occorre parlare con “una sola voce” rappresentativa della complessità dei bisogni dei singoli territori in un nuovo progetto di sviluppo nazionale.
Spiace che il Partito Democratico non abbia evitato il braccio di ferro al suo interno. Con le due candidature - che si prestavano plasticamente, e in modo vecchio, più a riproporre il divario Nord Sud che a lanciare un progetto unitario in cui riconsiderare anche ragioni e rappresentanza del Mezzogiorno – il Partito Democratico ha ceduto alla pressione di una candidatura di parte rinunciando a comporre politicamente il conflitto.
L’Anci con una galassia di 1.875 Comuni in sei regioni, 1.166 con una popolazione inferiore a 5.000 abitanti, è anche un patrimonio del Sud. Evitiamo di chiamare ‘Mezzogiorno’ quello che non ci piace o non vogliamo vedere.
Il neo eletto Presidente, che vanta una lunga esperienza nell’Anci, saprà interpretare i problemi di “tutti i territori” garantendo la unità delle autonomie locali quale baluardo per l’ammodernamento dello Stato e per la competitività del sistema Paese.
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